“L’amante di Lady Chatterley” di David H. Lawrence

9788807900624_quartaQuesto libro non l’ho letto, ma ascoltato (vi lascio il link che porta all’audiolibro, se vi interessa, qui).

Se invece cliccate qui, troverete un’interessante analisi di Paola Splendore (studiosa di letteratura del Novecento), relativa al processo che si concluse il 2 Novembre del 1960, contro la Penguin Books, la Casa Editrice che pubblicò per la prima volta la versione integrale del libro.

E’ proprio grazie a quest’ultima analisi che sono riuscita ad andare avanti con l’ascolto del romanzo. Se non l’avessi trovata, probabilmente mi sarei fermata dopo una manciata di capitoli, concludendo con un “Ma che è?”.

Se non si conosce il motivo per il quale Lawrence ha scritto “L’amante di Lady Chatterley”, si rischia di rilegare questo libro, scritto nel 1928, a livello “Harmony spinto”.

Si parla di sesso, si fa sesso, si discute di sesso, di uomini, di donne e di società.

Le parti “intime” del corpo umano, vengono chiamate nei modi più rozzi e volgari. Non so quanto ne valga la pena. Di certo, la volgarità non mi piace, in nessuna delle sue forme. Si fatica a chiamare “amore” il rapporto tra Lady Chatterley e Mellors, davvero non ci si riesce; forse perché ho letto troppi romanzi rosa (mea culpa).

Infine, le pagine e pagine di discorsi infiniti – al limite del paranoico – dell’allegra combriccola composta Clifford Chatterley ed i suoi amiconi: dialoghi e, soprattutto, pensieri e prese di posizione, pronti da inscatolare e portare ad un bravo psichiatra.

Detto questo, io comunque consiglio la lettura di questo libro solo per il fatto che ci troviamo davanti ad un classico della letteratura.

Ed ai classici, non si dice mai di no.

 

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“Fall River e altri racconti” di John Cheever

img6Ho scovato questo libricino all’interno della scatola del bookcrossing che si trova nello studio medico del mio dottore. Ero lì per una visita e, nell’attesa, mi sono messa a sfogliarlo, per poi metterlo in borsa e portarmelo a casa.
Non conoscevo William John Cheever, ma ho scoperto essere stato riconosciuto come uno degli scrittori più importanti del Novecento americano, e ricordato soprattutto per i racconti brevi. Ha vinto nel 1958 (ma anche nel 1978 e nel 1981) il “National Book Award” per la narrativa e nel 1979, il “Premio Pulitzer” per la narrativa.
Mica il primo che passa, insomma.
Adoro i racconti brevi, ogni tanto me li concedo, quando non ho voglia di intraprendere lunghe letture.
“Fall River e altri racconti” è appunto una raccolta di quattro brevi storie (“Fall River”, “Di passaggio”, “Pranzo di famiglia” e “L’opportunità”) senza colpi di scena, senza forzati “lieto fine”. Semplici, reali, sinceri.
Si respira l’America degli anni ’30, il periodo della depressione, i sogni infranti delle persone ma la forza di uscirne a testa alta.
Mi è rimasto impresso un passaggio, all’interno del racconto intitolato “Di passaggio”, dove rivedo i desideri dei giovani di allora che, come una ruota che gira, sono gli stessi dei giovani di oggi:

“Il successo dipende dalla tua generazione, perché se c’é qualcuno che ha il diritto di chiedere vendetta o giustizia questi sono i giovani. E ce ne sono venti milioni”, disse, venti milioni di persone della tua età che si girano i pollici in ristoranti, agenzie di collocamento, stanze ammobiliate, pullman o, peggio ancora, a casa, ad ascoltare la radio e leggere e rileggere i giornali. La giovinezza è preziosa e irritrattabile. E nessun uomo, qualsiasi sia il suo coraggio, può restare con le mani in mano e vivere giorno dopo giorno una vita che non ha nulla di intenso e giusto.”

“E’ un mondo marcio e ce ne siamo resi conto tutti. Il marciume pervade ogni cosa. Non ci resta che cambiarlo. E’ semplice come il desiderio di mangiare, bere e vivere. Se un uomo, qualsiasi sia il suo coraggio o la forza, si ritrova con mani e piedi legati è naturale che provi a liberarsi. Il mondo è lento a imparare, ma la gente prima o poi impara. Come possono esimersi dall’imparare?”

Credo che, prima o poi, leggerò altro di questo scrittore.

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“Se l’amore fosse così semplice” di Jill Mansell

5281184_223712Va bene che è un romanzetto, va bene che non avevo aspettative, va bene tutto, ma la trama di questo libro potrei accettarla solo se fosse la bozza del racconto di una mia amica che ama scrivere, ma è evidente che non diventerà mai la sua fonte di reddito.
Troppi personaggi, troppe storie in un solo libro. Se non sei in grado di gestire il tutto, lascia perdere.
Parte anche bene, con la protagonista Lara che, dopo diciott’anni ritorna a Bath (località citata spesso nei libri di Jane Austen, tra l’altro) con la figlia Gigi, perché è diventata proprietaria della casa dalla quale è stata cacciata da suo padre (sarà veramente suo padre? Lo scoprirete solo leggendo) e dalla sua matrigna Janice, all’età di sedici anni.
Già questo fatto mi lascia un tantino perplessa. Come fa un padre a cacciare di casa la figlia non ancora maggiorenne, solo perché è l’ennesima volta che torna a casa tardi la sera? Allora i miei genitori avrebbero dovuto cacciare anche me!
Padre e figlia non si sono più sentiti per tutti questi anni e alla morte di papà, Lara ritorna.
Qui incontra Flynn, il suo ex fidanzatino e soprattutto il padre di Gigi. Ecco. Solo che lui non lo sa, perché Lara ha pensato bene (presumo, d’accordo con zia Nettie, la persona che ha accolto Lara quando è stata cacciata di casa. Un genio) di tenerlo all’oscuro da tutto questo. Che gente responsabile.
Non vi dico più nulla su questa storia, altrimenti vi rovino la sorpresa.
Troviamo poi il terzetto Evie-Joel-Ethan. Evie ha abbandonato sull’altare Joel che però, dispiaciuto, vuole (e ci riuscirà?) riconquistarla in tutti i modi, anche se Evie nel frattempo ha conosciuto Ethan.
Infine troviamo l’inutile storia che ha rovinato tutto il libro. Pagine e pagine, capitoli e capitoli che sono serviti solamente – a mio parere – a distrarre il lettore. Sto parlando di Enjay, rapper di successo mondiale, e Harry, sfigato imprenditore, proprietario di un piccolo laboratorio di camicie.
Insomma, a mio parere ci sono troppe cose in questo libro.
Se l’autrice si fosse concentrata meglio sulle storie di Lara e Evie, sforzandosi un po’ di più, sarebbe uscito anche un bel romanzetto.
Ma ha voluto strafare, e questo è il risultato.

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“Anna Karenina” di Lev Tolstoj

41uhemy92yl-_sx313_bo1204203200_“Anna Karenina” sarà la protagonista del mio primo post. Non male.
Non è un caso che lo sia, però. Mi piace iniziare per bene i progetti.
Ma passiamo al libro.
In realtà, sono tre le storie raccontate in questo romanzo, non solo quella di Anna e il Conte Vrònskij, ma anche quella di Kitty e Lévin ed infine quella di Oblònskij e Dolly.
Ora, un piccolo momento “soap”, per raccontarvi. Siete pronti? Via.
Anna Arkàdievna, in Karenin (il marito è Aleksei Aleksandrovič Karenin, quindi la moglie prende il cognome del marito, che però diventa Karenina) è la sorella di Stepan “Stiva” Arkadevič Oblonskij (vabbè, lui Arkadevič e lei Arkàdievna, è una questione di “maschile” e “femminile”), che è sposato con Dar’ja “Dolly” Aleksandrovna. Dar’ja “Dolly” Aleksandrovna è la sorella di Katerina “Kitty” Ščerbackaja. Aleksej Kirillovič Vronskij è un ufficiale dell’esercito e conte, mentre Konstantin Dmitrič Lëvin è un amico di infanzia di Stiva.
Bene, se siete sopravvissuti, possiamo andare avanti.
Se fate parte di quella categoria di lettori che devono “fare numero” e non hanno tempo da perdere con libri impegnati e con troppe pagine, davvero, lasciate perdere Tolstoj. Questo classico è pieno zeppo di momenti, pensieri e chilometriche descrizioni di gente che falcia il grano. Ma se riuscite ad entrare con anima e corpo nelle sue pagine, credetemi, farete di tutto per ritardare la fine di questa lettura.
Anna, semplicemente, si innamora di un uomo che non è suo marito, in un ambiente che farà di tutto per aumentare in lei il senso di colpa, tanto facile da infilarsi nel corpo di una persona e quasi impossibile da togliere. Un senso di colpa che le mozzerà il fiato, che la farà quasi impazzire, che la farà sentire una persona sbagliata. E la gente, là fuori, non aiuta. Vronskij non ha (quasi) nulla da perdere, ma lei si. Una storia profonda, dove la felicità e la sofferenza sembrano quasi la stessa cosa. Se poi aggiungiamo che il marito non si arrabbia neppure, ma fa di tutto per amarla, abbiamo messo la ciliegina sulla torta.

Se mi amate come dite – ella mormorò – fate che io abbia pace.
Il viso di lui s’illuminò.
– Non sapete forse che siete per me tutta la vita? Questa pace io non conosco e non posso darvi. Tutto me stesso, l’amore… sì. Non riesco a pensare a voi e a me separatamente. Per me, voi ed io siamo una cosa sola. E io non vedo davanti a me possibilità di pace, né per me, né per voi. Vedo una possibilità di disperazione, di infelicità… o la possibilità di una gioia, quale gioia!… È forse impossibile? – aggiunse a fior di labbra, ma lei sentì.
Ella tese tutte le forze del suo spirito per dire quello che si sarebbe dovuto dire; ma, in luogo di questo, fermò il suo sguardo pieno d’amore su di lui, e tacque.

In realtà, mi ha entusiasmata di più la storia d’amore tra Lèvin e Kitty. La figura maschile, in questo caso, è davvero una figura positiva, speranzosa e nello stesso tempo malinconica. Un uomo davvero innamorato di una donna. E’ dolcissima la figura di Lèvin, a mio parere.
Di Oblònskij e Dolly, la terza coppia, non ho molto da dire, se non che Oblònskij è un donnaiolo allegro, e sua moglie, prima soffre, poi accetta.E’ davvero difficile riassumere in un post i sentimenti che si provano leggendo questo libro. Io ve lo consiglio assolutamente. E’ un grande classico, merita di essere letto ed assaporato.

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